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25 novembre 2009
Contro le filosofie della storia

Dicono i sondaggisti che il PD sta crescendo nella fiducia dei cittadini e, persino, nelle percentuali di voto. C’è chi parla addirittura del 31%, anche se il dato va preso con le molle, perché il numero degli indecisi e ancora alto e potrebbe incidere moltissimo sul computo finale. I giornali mettono anche in evidenza una certa flessione nella popolarità di Bersani. Molto intravedono in ciò una difficoltà, rispetto alla quale il segretario del PD dovrebbe reagire. Non si sa come, a dire il vero: magari aumentando il numero delle dichiarazioni-lampo per i “panini” dei Tg? Mah.
Da parte mia, queste cifre mi confortano. E sono del tutto coerenti con le dichiarazioni programmatiche dello stesso Bersani, il quale ha sempre detto di non voler allestire l’ennesimo partito del leader, ma semplicemente un partito (senz’altri attributi). Il fatto che le quotazioni del PD crescano, e che lui non si stagli come l’uomo forte e/o immagine dei democratici, conferma la giustezza delle scelte compiute recentemente dalla leadership del PD. Le riassumo: partito popolare e radicato nel territorio e nei quartieri; sobrietà nei profili dei dirigenti; contenuti programmatici al primo posto; carattere propositivo; forte opposizione ma con l’intento di costruire un’alternativa.
Dopo le primarie (non plebiscitarie) e dopo la fase congressuale, e il coinvolgimento di un numero enorme di cittadini e militanti, il PD oggi ha una “consistenza” che prima non aveva, un’identità che prima traballava, una leadership effettiva e consolidata (per quanto di profilo basso). I post-identitatari continuino a raccontare la favola della “liquidità”, applicandola a tutti fenomeni. Noi, giorno per giorno, riscopriamo che anche in un mondo “liquido” c’è bisogno di determinate strutture, con un profilo il più netto possibile. E che non bisogna considerare la dotta analisi di ciò che esiste, come la surroga totale ed esaustiva di ogni nostro tentativo di cambiare le cose. “Alternativa” significa porre le basi di una trasformazione effettiva. Considerare l’esistente insuperabile è un brutto vizio intellettuale. Alla fine si costruiscono insormontabili filosofie della storia che ingabbiano tutti i nostri pensieri e i nostri sentimenti.
Riformismo non è cedere, seppur elegantemente, ai peggiori vizi culturali e alle più inconsistenti tendenze in voga. Riformismo è modificare lo stato di cose, ogni giorno, concretamente e pazientemente, senza ore X, senza barricate, con una specie di minuto lavoro quotidiano nelle istituzioni e fuori, sino a rovesciare pezzo a pezzo tutte le ingiustizie e le disuguaglianze che ci inorridiscono.
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